Post (in) partum

Quando ero piccola mio padre scattava delle foto nei giorni speciali: compleanni, Natale, primi passi. A rullino completato le portava a sviluppare dal fotografo e dovevamo aspettare una settimana per ritirarle. Aprire il pacchetto era una festa e ogni foto una sorpresa. L’attesa rendeva tutto più magico. Mia madre conservava le foto in un album che facevamo vedere ai nonni, la domenica.

Questi riti familiari, scanditi da tempi rilassati non esistono più, fagocitati dall’arrivo del digitale e dei social.

Basta aprirne uno e scorrere la home per capire che troppo spesso i bambini vengono esposti alla massa virtuale ancor prima di venire al mondo (reale).

L’ecografia del bambino, i movimenti del bambino nella pancia, il parto, le ninne, la cacca, i vestitini (a volte esplicite sponsorizzazioni), il bambino che piange, che ride, che richiede attenzioni al vuoto cosmico.

La famiglia virtuale potrebbe influenzare in un determinato modo quella reale? Quanto l’identità delle persone (personaggi) coinvolte nella relazione (bambino-caregiver) viene trasformata dal filtro mediatico? Cosa ne farà una volta grande il bambino della sua identità mediatica pre-costruita dal genitore?

E cosa ne farà il genitore della sua identità non più esperita attraverso quella del piccolo in rete?

Il media potrebbe davvero risultare in questo caso uno scomodo strumento di distorsione della realtà e della relazione primaria, catapultando i protagonisti in una sorta di grottesco Truman Show? Il rischio è quello di creare un cordone ombelicale posticcio (il cellulare) che va ad incastrarsi all’interno di bisogni esibizionistici fuori luogo.

Credo che, come sempre, la normalità potrebbe stare nel mezzo: i media sono una la nostra bacchetta magica per accorciare le distanze con parenti ed amici lontani, ma se usati in un’ottica di rigonfiamento del proprio ego e delle proprie tasche si rischia di utilizzare i bambini come acchiappalike e sponsorizzazioni, piuttosto che amarli per ciò che realmente sono: BAMBINI.

Quale è secondo te il confine fra racconto famigliare e sovraesposizione?

12 commenti

  1. Io sono quasi anziano, e le foto le sviluppo tutte, sono pieno di album e di ricordi. Proibito a chiunque di pubblicare mie foto in rete compresa figlia.
    I tempi di attesa erano di 24 48 ore al massimo, certo da bambino un po più lunghi.
    Invece per i filmini di quasi un mese, venivano spediti a Milano, li ho tutti, compresi proiettori e telo.
    Come già detto, faccio fatica a guardarli, troppe le persone care che non ci sono più, e l’emozione prende il sopravvento.

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  2. La bellezza, la concretezza ed il profumo delle foto cartacee non ha prezzo. In più le stesse proteggevano dalla sovraesposizione, se ne sarebbero potute fare a migliaia, ma le stesse sarebbero comunque state visionate da una ristretta manciata di parenti ed amici. Mai a nessuno sarebbe venuto in mente di metterle nella cassetta postale di centinaia di persone. Eppure il virtuale fa questo, imbuca immagini personali in decine e decine di cassette postali. La sovraesposizione credo sia una violazione dell’intimità, in particolar modo quando si decida di postare foto di altre persone, se nella decisione di pubblicare non vi sia una sana misura d’equilibrio. Grazie per la possibilità di riflessione che m’hai donato.

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    • Ciao Claudia! Perdonami se ti rispondo solo ora, ma wordpress aveva messo alcuni commenti in spam…non so per quale motivo! La metafora della cassetta postale calza a pennello con il concetto di sovraesposizione. Il confine fra pubblico e privato vacilla, la sfera intima è sempre più a rischio. Penso soprattutto ai minori che i genitori decidono (o meno) di esporre online. Quale è oggi questo confine?

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      • Ma no figurati, di nulla. Concordo con te. La metafora m’è sorta molto tempo fa, quando pensavo a come si possa non rendersi conto, in particolar modo sovraesponendo i figli fin dalla prima ecografia, a quanto ciò, oltre che deleterio, sia un primo passo per tradire la loro fiducia ancor prima che nascano. Personalissimo parere il mio, pertanto opinabile, ma penso che non sia in alcun modo a protezione genitoriale della prole. Grazie per la tua risposta, buona giornata 🙂

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      • Concordo in pieno: uno degli aspetti più cruciali, come hai detto tu, è che questa cosa viene fatta senza interrogarsi su cosa penserebbe il bambino…e se lui non volesse?? Il conto da pagare in termini di perdita di fiducia, rancore, vergogna e tanto altro arriveranno puntuali come un orologio svizzero purtroppo…grazie per la riflessione e buona giornata anche a te 🙂

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