Piango…e allora? Il diritto alla tristezza in un mondo perfetto.

Mi chiamo Stefania.

Faccio la Psicologa/Psicoterapeuta (Albo degli Psicologi del Lazio) e a volte piango.

Avete capito bene, piango.

Di quelle lacrime salate e calde che scendono giù lungo le guance senza chiedere permesso e trascinano pigmenti di mascara che rigano il volto fino alle labbra.

Piango esattamente come voi, anche se negli anni mi sono sentita dire che non posso essere triste se devo aiutare gli altri, non posso “permettermelo”, devo “autocurarmi” e tante altre frasi pregiudizievoli che mi sollazzano sempre.

Con la tristezza sembra che abbiamo un rapporto ambiguo. La nascondiamo, ce ne vergogniamo, ci fa quasi sentire in colpa.

Eppure la tristezza rappresenta una delle sei emozioni di base descritte da Ekman (quelle universali, espresse allo stesso modo in tutto il mondo) insieme a gioia, paura, disgusto, sorpresa, rabbia. È necessaria come le altre e non si identifica con la depressione (che rappresenta un quadro clinico ben preciso).

Sì, è necessaria come quella felicità che tanto viene esaltata, esibita e social-mente condivisa, in un mondo virtualmente perfetto.

La tristezza ha i suoi diritti, validi per tutti:

  1. Abbiamo il diritto di sentirci tristi
  2. Abbiamo il diritto di sentirci tristi per il nostro motivo, anche se per gli altri è cosa da niente
  3. Abbiamo il diritto di prenderci del tempo per attraversare questa tristezza
  4. Abbiamo il diritto di esprimere la tristezza, di non reprimerla
  5. Abbiamo il diritto di chiedere aiuto

Cosa possiamo fare?

  1. Prendere consapevolezza dell’emozione che stiamo provando
  2. Contestualizzare: siamo tristi adesso, nel qui ed ora
  3. Esprimerla nella modalità che ci rappresenta
  4. Condividerla con qualcuno che sentiamo possa capirci
  5. Chiedere aiuto se sentiamo che sta sconfinando in qualcosa di non risolvibile da soli

Stai piangendo? Non te ne vergognare…le tue lacrime sono preziose.

8 commenti

Rispondi