Post (in) partum

Quando ero piccola mio padre scattava delle foto nei giorni speciali: compleanni, Natale, primi passi. A rullino completato le portava a sviluppare dal fotografo e dovevamo aspettare una settimana per ritirarle. Aprire il pacchetto era una festa e ogni foto una sorpresa. L’attesa rendeva tutto più magico. Mia madre conservava le foto in un album che facevamo vedere ai nonni, la domenica.

Questi riti familiari, scanditi da tempi rilassati non esistono più, fagocitati dall’arrivo del digitale e dei social.

Basta aprirne uno e scorrere la home per capire che troppo spesso i bambini vengono esposti alla massa virtuale ancor prima di venire al mondo (reale).

L’ecografia del bambino, i movimenti del bambino nella pancia, il parto, le ninne, la cacca, i vestitini (quasi sempre esplicite sponsorizzazioni), il bambino che piange, che ride, che richiede attenzioni al vuoto cosmico.

La famiglia virtuale potrebbe influenzare in un determinato modo quella reale? Quanto l’identità delle persone (personaggi) coinvolte nella relazione (bambino-caregiver) viene trasformata dal filtro mediatico? Cosa ne farà una volta grande il bambino della sua identità mediatica precostruita dal genitore?

E cosa ne farà il genitore della sua identità non più esperita attraverso quella del piccolo in rete?

Il media potrebbe davvero risultare in questo caso uno scomodo strumento di distorsione della realtà e della relazione primaria, catapultando i protagonisti in una sorta di grottesco Truman Show? Il rischio è quello di creare un cordone ombelicale posticcio (il cellulare) che va ad incastrarsi all’interno di bisogni esibizionistici fuori luogo.

Credo che, come sempre, la normalità potrebbe stare nel mezzo: i media sono una la nostra bacchetta magica per accorciare le distanze con parenti ed amici lontani, ma se usati in un’ottica di rigonfiamento del proprio ego e delle proprie tasche si rischia di utilizzare i bambini come acchiappalike e sponsorizzazioni, piuttosto che amarli per ciò che realmente sono: BAMBINI.

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